Titolo: il silenzio dei vivi

Casa editrice: gli specchi di marsilio

Città: Venezia

Anno di pubblicazione: 1997 (10^ edizione)

Costo:euro 10.50

  Unico caso al mondo di un silenzio così profondo che s’interrompe con il racconto della storia della sua drammatica vita, morte e rinascita, il libro di Elisa Springer assume il peso di quei testi che sanno parlare agli uomini e alla storia, al cuore e alla mente


Il silenzio dei vivi è un racconto memorialistico in cui la protagonista della vicenda, Elisa Springer, racconta la sua esperienza cinquant’anni dopo la sua liberazione. Se escludiamo la parte iniziale, in cui descrive la propria infanzia e giovinezza fino a vent’anni, la vicenda vera e propria inizia il 10 aprile 1938, quando l’Austria entra a far parte della Germania di Hitler e arriva fino all’agosto 1945, quando la protagonista e narratrice fa rientro in Italia. Possiamo anche classificare questo racconto come una autobiografia.


È un libro bellissimo, che merita di essere letto, perché ci trasmette le impressioni dei deportati, e ci fa capire quanto gravi siano stati gli errori, anzi, gli orrori della guerra. Già dalle prime battute,è un libro che ci trasporta negli orrendi retroscena di un’aberrante regime, capace di distruggere la vita di intere famiglie portando via il bene più prezioso di ogni essere umano:LA VITA.


E’ un libro appassionante che si lascia bere tutto d’un fiato e che colpisce profondamente il cuore  per le toccanti parole dell’autrice e per le ingiuste atrocità subite dal popolo ebreo


PER NON DIMENTICARE…

  Una pagina esemplare

Il seguente brano si riferisce al momento in cui la protagonista torna nella sua Vienna dopo la liberazione e, dopo esser rimasta un po' di tempo dalla zia Lotte, decide di andare a rivedere quella che era stata un tempo casa sua. Entrando dice queste poche parole alla nuova inquilina:

"Sono Elisa Springer, e in questa casa ho lasciato la mia giovinezza, per seguire un mondo di disperati e di innocenti che andavano al rogo; la prego, mi conceda un attimo di pietà, non mi cacci via, so che per lei è difficile, ma mi faccia entrare, mi faccia guardare un attimo nel mio passato... andrò via subito, non le darò disturbo. Alle pareti c’erano ancora dei quadri di famiglia, i nostri quadri. La mia famiglia appesa a un muro. I miei occhi, gonfi di lacrime, si sono posati su un quadro in particolare. La signora, sulla porta, ha seguito il mio sguardo e mi ha concesso di toglierlo dalla parete e portarlo via con me. Quel quadro per me è tanto, è tutto: oggi, è appeso al muro dei miei ricordi nella mia casa."

E. Springer, op. cit., pp. 113-114

In queste poche righe possiamo notare come i campi di concentramento abbiano distrutto l'uomo; infatti, Elisa chiede di poter rivedere per un attimo il suo passato, materializzato nella casa dove era stata felice, quasi come se l'avesse dimenticato, ma possiamo anche dire che questo momento può essere un trampolino di lancio per ricominciare da capo. Infatti, da quella casa, per gentile concessione della signora che la abitava, porta via un quadro che tiene ancora oggi appeso nella casa dove vive.


tanto grande è il rischio di dimenticare, che occorrerebbe un anniversario di Auschwitz al giorno!

La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare, a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi d’innocenti.

Ho settantotto anni e non riesco a frenare le lacrime che mi cadono dentro facendomi male.

Ci fu proibito di apporre, sulla lapide, il nome di papà, perché gli ebrei dovevano essere senza nome.

La mamma mi abbracciò stringendomi forte, forte, e baciandomi sulla fronte…

Non la rividi più e per tutta la vita, l’immagine della mamma, con il suo bel cappellino nero con veletta, che mi saluta agitando la mano, mi ha accompagnato fino a diventare il mio modo di salutare gli altri.

Ci abbracciammo piangendo con la speranza che un giorno ci saremmo ritrovati. Ma gli eventi che dovevano seguire,avrebbero tradito anche quella illusione.


 

 la libertà l’avevo già persa staccandomi da mia madre, come potevo sperare di sentirmi libera dentro, sapendo che l’avevo lasciata da sola?

L’unica necessità impellente era quella di salvare la vita e cercare un minimo di stabilita in quella tempesta di avvenimenti.

Grande fu il disagio di sentirmi sola. È difficile spiegare cosa si prova nel sentirsi soli dentro.

 

 

Diventava sempre più difficile essere se stessi, quando gli altri ti parlavano, ti guardavano, ti sentivano diversa fino al punto di non sapere tu stessa  chi fossi.

 

 


I raggi del sole cadevano dritti su un piccolo tavolino, che rappresentava per me le base del mio lavoro, l’appoggio della mia vita perché, così, potevo mantenermi vivere e… sperare.

 

 


Era importante avere qualcuno con cui parlar, scherzare, ma soprattutto qualcuno a cui confidare le proprie paure, qualcuno a cui aprire il cuore, senza timore che ti venisse strappato.  

 


La sera l’angoscia lasciava spazio alla serenità, la paura alla speranza e subito arrivava l’alba un altro giorno era passato, un altro arrivava e andava vissuto!

  


eravamo bestie impaurite e tremavamo ad ogni rumore sospetto. Il primo atto di spersonalizzazione, la prima manifestazione del decadimento della nostra condizione di esseri umani, stava tragicamente iniziando!



in pochi sono ripassati e usciti da quel cancello, come uomini liberi. In pochi… per raccontare al mondo i propri incubi, la disperazione, il martirio e la miseria di un popolo. In pochi… sopratutto, per raccontare l’odio, la malvagità e la follia di uomini che, accecati dal miraggio della razza pura, hanno ridotto a brandelli la carne e lo spirito, l’uomo e Dio.


 

quell’odore tremendo, acre, di zolfo che brucia, non mi ha mai abbandonato, io lo sento ancora oggi, lo riconosco quell’odore di morte: mi ha avvicinato di più alla vita. Quell’odore è il profumo di libertà di chi, a Birkenau, forse non ha avuto Dio, ma lo ha raggiunto presto.


  Ho visto a Birkenau l’essere umano, o quello che restava di esso, perdere l’essenza del suo spirito esistenziale, fino all’alienazione di se stesso.

GERARD ROBERT FARDY

CLASSE VC

ISTITUTO I.T.I.S. MARIE CURIE

PONTICELLI(NA)